La vacanza salverà l’umanità

14/09/2020


Durante il mese di settembre, quando il caldo si attenua e l’aria si alleggerisce, la mente mi riporta spesso alle settimane di fine estate di tanti (tanti) anni fa. Mi sembra di risentire l’aria fresca e il profumo dell'erba che respiravo all’inizio della preparazione per la nuova stagione di pallavolo. 

Avevo 14/15 anni e venivo da un'estate di vacanza vera, di stacco e svago totali. Magari i muscoli erano un po’ appesantiti, però quando compariva il pallone era piacere puro. Non solo perché si tornava finalmente in campo, ma anche - e forse soprattutto - perché improvvisamente mi scoprivo un giocatore migliore di quanto mi ricordassi. La pausa estiva mi aveva portato in dono una crescita tecnica inattesa. 

Oggi non gioco più a pallavolo, però mi sono dato alla musica. E succede la stessa cosa: per imparare un brano nuovo, la procedura più efficace è studiarlo per un po’ e lasciarlo stare per un altro po'. Quando lo riprendo, riesco a suonarlo molto meglio dell’ultima volta che ci avevo provato. Lo stesso vale per i passaggi tecnicamente più complicati e relativi esercizi.

E che dire delle interrogazioni a scuola o, ancor di più, degli esami all’università? Li ho (quasi…) tutti brillantemente superati applicando sempre la stessa strategia: mai studiare nei due giorni immediatamente precedenti l’esame. Calcolavo lo studio in modo da essere pronto alcuni giorni prima della data effettiva, e nel caso degli esami più grossi mi potevo prendere anche una settimana di anticipo. Gli ultimi giorni, laddove si potrebbe pensare che bisogna fare lo sforzo maggiore, in realtà facevo poco o niente. Lasciavo la mente libera di vagare e di elaborare i contenuti per conto suo, come meglio preferiva, e nel paio di giorni immediatamente precedenti cercavo di stressarmi il meno possibile. Di solito la gente si riposa “dopo”: io mi riposavo “prima”.

I colleghi esperti di neuroscienze sapranno spiegare molto meglio di me i meccanismi alla base di questo fenomeno. Io mi limito a evidenziare un’osservazione empirica che con un minimo di attenzione possiamo fare tutti noi: distrarsi (nei giusti tempi e modi) aiuta a concentrarsi; pensare ad altro migliora l’efficienza. Come ho imparato al corso allenatori di pallavolo, il riposo è parte integrante dell’allenamento, del miglioramento della prestazione. Cioè della crescita ed evoluzione individuale.

Però, di tutte queste esperienze e osservazioni non è mai stato facile fare davvero tesoro. La pressione ambientale e sociale spinge molto forte nella direzione opposta: quella secondo cui, per parafrasare un imprenditore di mia conoscenza, “se non hai un utensile in mano significa che non stai lavorando”. Il Giudice Interiore, formatosi e rafforzatosi in questa nostra società del fare materiale efficiente ed efficace, si è sempre agitato parecchio ad ogni accenno di rallentamento, di procrastinazione, di spazio vuoto, di pagina bianca. Come quel boscaiolo che faticava a tagliare la legna con la sua accetta consumata, ma diceva di non avere il tempo di fermarsi a rifare il filo della lama perché aveva molto lavoro da smaltire.

Invece è proprio di spazio vuoto e silenzio che l’essere umano ha bisogno, soprattutto in questo nostro tempo in cui la differenza la fa la capacità di pensare, creare e innovare.

Veniamo da un’epoca “muscolare”, in cui contava la quantità di lavoro, ed era una quantità fisica, di lavoro materiale. E in cui anche il lavoro intellettuale era misurato come quello delle macchine: a ore, a peso, a durata. Mentre ci si cominciava ad accorgere che forse l’essere umano non funzionava proprio come una macchina (intellettualmente, ma anche fisicamente), è arrivata la rivoluzione digitale, con un’automazione sempre più sofisticata e l’invasione delle macchine anche in territori che si pensavano al sicuro. Il lavoro “a quantità” sarà sempre più prerogativa delle macchine, e su questo noi esseri umani non abbiamo nessunissima speranza di competere.

Sempre più il ruolo dell’essere umano sarà quello della gestione strategica della conoscenza e della complessità. Cioè della creatività e della capacità di vedere diversamente, fuori e oltre dai confini della “logica bruta”. Per fare questo, e farlo bene, serviranno alcune competenze e avvertenze. Tra le quali, come abbiamo visto qui sopra, una molto semplice, ma che abbiamo dimenticato: il riposo e lo svago. Anche, e soprattutto, da settembre a giugno.

 

Autore: Mattia Rossi, PCC

Volontario Area Comunicazione 2020

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